Month: giugno 2015

RAY

Con RAY, il progetto sulla fotografia in corso da aprile a ottobre, Francoforte può considerarsi la capitale europea della fotografia. Sino all’8 luglio si tiene all’MMK, il museo per l’arte moderna, e in altre sedi, Making History, e sino al prossimo gennaio si può visitare Fotografie Total dalla collezione del museo mentre lo Städel Museum presenta sino al 23 settembre Painting in Photography. Strategies of Appropriation. Occasioni per mostrare l’immenso patrimonio di acquisizioni che musei e banche tedesche hanno con lungimiranza collezionato e che permettono di conoscere la fotografia nella sua evoluzione storica, dal rapporto con la pittura ai  più recenti sviluppi come medium protagonista della nuova cultura dell’immagine.

Il rapporto tra pittura e fotografia è da sempre controverso. La pittura ha fatto pagare alla fotografia il furto dell’esclusiva di riprodurre la realtà e ci è voluto più di un secolo per riconoscere a quest’ultima la dignità di pratica artistica. Superati sensi di colpa determinati dalla supposta prevalenza tecnica rispetto al fare creativo, accantonate oziose riflessioni sulla specificità o meno del linguaggio fotografico, la fotografia si sta prendendo una grande rivincita. Pur essendo stata sdoganata come arte (soprattutto grazie al mercato) sembrava essere destinata a divenire un mezzo “classico”, un po’ datato, nel fervore dello sviluppo delle nuove tecnologie della visione. Digitale, connessioni, uso diffuso dell’immagine, possibilità infinite di duplicazione e conseguente perdita di specificità sembravano doverla relegare a parente povera sia della arte, pittorica e concettuale, che a un’esclusa dall’universo virtuale. Al contrario per la fotografia si sono aperti nuovi scenari. Questo percorso, che parte dal rapporto tra pittura e fotografia con le reciproche influenze, viene analizzato in Painting in Photography. Strategies of Appropriation, curata da Martin Engler e Carolin Köchling, che presenta allo Städel una sessantina di lavori di artisti storici come László Moholy-Nagy, di sperimentatori come Otto Steinert e maestri della ricerca contemporanea come Hiroshi Sugimoto, Wolfgang Tillmans, Luigi Ghirri,Thomas Ruff e Jeff Wall. Nella serie “Seascapes” Hiroshi Sugimoto utilizza i tempi di esposizione per creare opere che trascendono la realtà raffigurata. Vi sono gli artisti che si rifanno dichiaratamente alla storia della pittura come Jeff Wall che “ricostruisce” rendendolo contemporaneo Un Bar aux Folies-Bergère di Édouard Manet o come Luigi Ghirri con un omaggio a Morandi. Un altro approccio è quello di chi interviene con la pittura sulla fotografia. Altri, più radicali, in piena temperie postmoderrna, come Sherrie Levine e Louise Lawler esponenti della Appropriation Art, utilizzano, fotografandole, opere della storia dell’arte.

Un’altra tappa nel nostro percorso è all’MKK per Fotografie Total con la quale si coglie l’occasione per esporre parte di una collezione che comprende oltre 2 600 lavori. La collettiva verte su due filoni. Da un lato vengono presentati artisti concettuali e attenti alle ultime ricerche come Jeff Wall, Thomas Ruff, Wolfgang Tillmans e Thomas Demand, dall’altro esponenti del fotogiornalismo di inchiesta e di denuncia come Paul Almasy, Barbara Klemm and Anja Niedringhaus.

 

La terza tappa è Making History. La rassegna, che presenta foto ma anche video e installazioni di 38 artisti, si divide in tre sezioni. Particolarmente attuali là dove si riesce a mettere in evidenza le molteplici commistioni espressive di linguaggi e di media usati. Al Frankfurter Kunstverein si analizza il ruolo del fotogiornalismo e il rapporto tra media e arte. David Lachapelle, in Rape of Africa,  interpreta il tema della violenza letta attraverso il glamour. Robert Boyd nel video Xanadu trasferisce in un ambiente da discoteca una realtà fatta di guerra e proclami di leader. Martha Rosler, storica esponente della sperimentazione, sovrappone le immagini di guerra con quelle del consumismo. All’MMK Zollamt il tema sono i costumi sociali e la pubblicità con la presenza anche di Armin Linke con un’installazione multimediale basata sulle foto dei paparazzi, e di Oliviero Toscani. All’MMK, il museo d’arte moderna, si affronta il rapporto tra immagine fotografica e la definizione e creazione della Storia. Immagini di conflitti, dalla seconda guerra mondiale al Muro di Berlino, dai conflitti tribali alle depressioni economiche, visti con l’occhio fotografico che supera il momento del reale o dalla creatività dell’artista.

Il percorso della fotografia dunque non è finito. Più viva che mai, si appresta alla sfida delle nuove tecnologie, divenendo non solo testimonianza della realtà o strumento di creatività, ma assumendo nell’universo della comunicazione globale, un ruolo del tutto inusitato: intervenendo nella realtà quotidiana con i milioni di scatti dei nostri cellulari, modificando la Storia come stanno a dimostrare le immagini del dissenso e delle insurrezioni arabe.

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Cina II

All’indomani dell’apertura ai mercati occidentali l’arte contemporanea cinese si è affermata con artisti come Cai Guo-Qiang e Huang Yong Ping e la nuova generazione di artisti del dopo Mao come Cao Fei, Liu Wei, Yang Fudong, Sun Xun, Zhang Ding. Ai Weiwei, architetto, artista, blogger e attivista per i diritti umani, uno dei più significativi artisti del nostro tempo, espone in tutto il mondo pur sottostando alle pressioni e ai controlli del regime. E l’interesse per la scena artistica e intellettuale cinese si fa ancora più vivo in quanto la Cina stessa viene sempre più identificata come la grande risorsa ma anche la grande incognita dello sviluppo planetario. Tanto che i media occidentali spesso collegano la parola “futuro” con la parola “Cina”, come sottolinea Hans Ulrich Obrist, in “China, The future will be… Thoughts on What’s to Come”,  volume che raccoglie oltre cento tra pensieri, riflessioni, dichiarazioni, di artisti e intellettuali cinesi – più qualche star occidentale – sul futuro e sulla Cina. Obrist è considerato da ArtReview il secondo personaggio più influente nell’arte contemporanea. “Il mio lavoro – dichiara- si basa sul rapporto con gli altri, sull’attingere a tutte le informazioni a disposizione e nel tentare di trasformarle in conoscenza». Il volume, in inglese e cinese, è una coproduzione tra Pinacoteca  Agnelli e UCCA, Ullens Center for Contemporary Art a Beijing, con una riflessione sul collezionismo, filone su cui la pinacoteca da anni lavora,  di Ginevra Elkann e un saggio di Philip Tinari. Parte di un percorso che ha avuto come tappa la mostra China Power Station, tenutasi alla Pinacoteca Agnelli nel 2010, il progetto ha preso avvio nel gennaio del 2005 con le Future List quando Obrist inizia a chiedere agli artisti di completare la frase  “The future will be…”. L’approccio si rivela ben presto un oliato stratagemma alla Raymond Russel, della letteratura potenziale di Georges Perec e soci.

 “ Hans Ulrich – scrive Ginevra Elkann – spesso si riferisce all’Oulipo (Ouvroir de littérature potentielle) quando parla delle sue Future List. Viene in mente anche a me un testo  “oulipiano” di Italo Calvino “Le Città Invisibili”. In esso il narratore (o, forse, il collezionista di storie) intreccia i ritratti di terre sconosciute. Ciò che risulta, alla fine, è il ritratto del viaggiatore stesso e dei suoi desideri.” Le dichiarazioni stringate e dirette, non limitate al mondo dell’arte ma estese a scienziati e intellettuali, pongono questioni, sviluppano interazioni. Soprattutto per quanto riguarda uno dei temi più attuali: la dimensione tempo. Passato e futuro, grazie alle tecnologie della connessione e di Internet, si concentrano sempre più in una visione della contemporaneità che tutto assume. Ciò diviene particolarmente evidente nel volume sulla Cina, dove alle caratteristiche del procedimento culturale si assommano quelle specifiche del soggetto, dal Confucianesimo alle teorie postmarxiste,  il tutto in un senso della storia ben diversa da quella occidentale ma particolarmente consona alle pratiche di connessione delle nuove tecnologie. “L’unico futuro che si può predire con esattezza è la morte” sentenzia Qiu Anxiong, artista. Per l’archistar Frank Gehry, pragmaticamente, il futuro è la prossima cosa che tu fai, mentre per Li Ming, artista e curatore, con una saggezza orientale che rasenta l’ovvio, il futuro sarà normale. Più inquietante è il pensiero di Nadim Abbas, giovane artista di Hong Kong, per il quale “Il futuro sarà una protesi”. Sino a virare al pessimismo. “Molto presto il futuro sarà un mondo senza un futuro” dichiara Chen Jiaying, filosofo di Shanghai, dove la dichiarazione potrebbe essere letta anche come previsione di una società abbarbicata sul presente. He An, artista di tendenza, teme per una Cina che corre il rischio di svendere la propria anima mentre per un altro artista, He Xiangyu, le minacce del futuro saranno la tecnologia e la violenza. Alcune dichiarazioni sono improntate allo scetticismo come quella di Liu Wei, artista, “Tutte le aspettative e predizioni per il futuro sono risibili, e completamente disconnesse  dal presente”. Altre puntano sul ruolo della creatività e dell’arte. Una via di sviluppo originale, sostenuta da creativi e da intellettuali di estrazioni diverse, si basa su una commistione tra le istanze della contemporaneità e il recupero delle tradizioni del passato. Per il filosofo Daniel A. Bell, nato in Canada ma che vive in Cina, autore di un libro sul nuovo confucianesimo, “Il futuro della Cina sarà un ritorno al passato. Molti intellettuali cinesi nel XX secolo hanno rifiutato il Confucianesimo. Ma oggi, i riformatori sempre più guardano alla meritocrazia e all’armonia sociale per la loro ispirazione politica. Con questo approccio più aperto, il Confucianesimo deve essere reinterpretato e combinato con altre tradizioni come il socialismo, il liberalismo, e il femminismo. Il ritorno al passato quindi non necessariamente assomiglierà al passato”.

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Banksy

Dalla strada ai musei, dalla fuga dai poliziotti alla fuga dai galleristi (che strappano le loro opere dai muri per venderle), la street art sta avendo il suo momento di gloria e di santificazione nel sistema dell’arte internazionale. Eppure quest’arte, nata nelle periferie urbane, mantiene la sua carica dirompente e dissacrante ancora in grado di far aprire gli occhi e di far riflettere il pubblico. Lo dimostra il sintomatico episodio che ha avuto come protagonisti Jeffrey Deitch già gallerista della street art ed ora nelle vesti di direttore del MOCA di Los Angeles e l’artista italiano Blu. Deitch, dopo aver commissionato a Blu un murale all’esterno del museo ad anticipazione della grande mostra che si apre ad aprile, ha deciso di farlo coprire, facendo esplodere la polemica. Blu aveva realizzato sulla grande parete un’immagine divenuta tragicamente emblematica negli Stati Uniti: le bare dei soldati caduti coperte dalla bandiera, solo che alla bandiera aveva sostituito il biglietto verde del dollaro. Insomma ti mandano a morire per la patria e la democrazia o per il business e il dollaro? A peggiorare la situazione poi la direzione del museo si era resa conto che proprio di fronte al muro si trovano il L.A. Veterans’ Affairs Hospital e un monumento dedicato ai soldati americani di origine giapponese, caduti nella seconda guerra mondiale. Deitch, attento al politically correct, per prevenire le lamentele, ha risolto la situazione con una bella mano di vernice bianca.

Un atteggiamento considerato da molti criticabile e contradditorio, sia perché di fatto si è censurata un’opera d’arte, per di più commissionata dallo stesso museo, sia in quanto proprio il MOCA celebra ora la street art con quella che vuole essere la prima grande mostra organizzata da un museo per storicizzare la tendenza.  Art in the Streets, che si tiene dal 17 aprile all’8 agosto al The Geffen Contemporary at MOCA per poi proseguire al Brooklyn Museum da marzo al giugno 2012, racconta la storia dei graffiti e dell’arte di strada dagli anni Settanta ad oggi, focalizzando l’attenzione su alcune città chiave dove graffiti e murali sono stati il prodotto visivo di una cultura nata nelle periferie, da gruppi marginali ma creativi, autentici interpreti dello spirito pop del tempo. Vengono presentate opere di cinquanta fra i più importanti artisti. Come Fab 5 Freddy, pioniere dell’hip hop con un famoso programma su MTV alla fine degli anni Ottanta. Lee Quiñones, una leggenda del Bronx, il primo a dipingere i vagoni della metropolitana. Swoon, la street art al femminile, forse la più raffinata ma sempre socialmente impegnata: mentre le sue opere sono ormai vendute nelle più prestigiose fiere internazionali, l’artista realizza performance di protesta come quando nel 2009 sbarcò alla Biennale di Venezia  con un manipolo di artisti di strada su tre zattere costruite con i rifiuti di New York. Futura è un altro graffitista “storico”che agli inizi degli anni Settanta si faceva inseguire nella subway prima di essere scoperto dalla Fun Gallery, con lui si ha l’introduzione dell’astrattismo segnico. Margaret Kilgallen,morta nel 2001 a trentatre anni, figura centrale movimento della Mission School di San Francisco, recupera elementi del folklore americano. Shepard Fairey di Los Angeles, divenuto famoso come padre dell’adesivo Obey Giant che è dilagato come un’epidemia per gli States, incollato ai pali della luce, alla segnaletica stradale o nei posti più impensati. Da molti Fairey è ritenuto uno degli artefici del successo della campagna elettorale di Obama quando ritrasse il futuro presidente USA in un poster di stile pop che furoreggiò nelle strade ma soprattutto su internet. Os Gệmeos di San Paolo, sono i gemelli che hanno importato i graffiti da New York per poi trasformarli in multicolorate e debordanti opere in cui la cultura di strada si mescola all’iconografia del folklore popolare. JR di Parigi, ha conquistato la notorietà sbattendo sotto gli occhi dei francesi, con gigantesche foto appiccicate ai muri, il disagio sociale delle banlieue parigine. L’artista continua il suo lavoro di denuncia con progetti come Face 2 Face (2007) in cui ha appeso ritratti giganteschi sul muro che divide israeliani e palestinesi. Molti degli artisti presenti in mostra lavorano clandestinamente celando ancora la propria identità, altri operano sia illegalmente sia nel sistema dell’arte, altri ancora hanno abbandonato l’aspetto clandestino per le gallerie o gli interventi pubblici autorizzati.

Ovviamente la storia parte dalle opere di Keith Haring, di Michel Basquiat e dalle vicende della Fun Gallery che nella New York degli anni Ottanta fece conoscere la cultura underground, per giungere alla Los Angeles dei cholo graffiti, le lettere nere delle gang latino-americane e della solare e multicolorata Dogtown skateboard culture. E’ sulle spiagge di  Dogtown, tra Santa Monica e Venice Beach che si forma il gruppo di surfisti, divenuti famosi col nome di Z-Boys, che influenzarono e trasformarono il mondo del surf ma anche dello skateboard con uno stile aggressivo, dando vita a un’estetica surfista. “Fare surf sulla terra come sulle onde” è l’ambizione di una generazione che negli anni Sessanta crea un’iconografia di simboli e colori che dalle tavole da surf e dagli skateboard dilaga alle t-shirt, alla camicie, alle copertine dei dischi, ai muri delle città.

Una particolare sezione sarà dedicata agli artisti losangelini come Craig R. Stecyk III, Chaz Bojórquez, Mister Cartoon, RETNA e ad altri protagonisti della scena californiana.

Nello spirito hip hop la rassegna si preannuncia ancor più spettacolare. Il pubblico verrà accolto da dimostrazioni di skateboard eseguite su una pista realizzata per l’occasione, ma non verranno trascurate le altri componenti della street culture come il ruolo svolto dai filmmaker e dai fotografi che illustrarono gli anni in cui il fenomeno era agli albori e il suo sviluppo. Verrà riproposto Wild Style, girato da Charlie Ahearn nel 1983, film culto per il mondo hip hop con sequenze di breakdance, freestyle e anche con una performance del dj Grandmaster Flash, ideatore di diverse tecniche che oggi sono diffuse nelle discoteche di tutto il mondo.

La grande mostra, se sicuramente sarà l’evento della stagione, oltre a trascinarsi la polemica con Blu ha sollevato qualche dubbio riguardante la scelta degli artisti, secondo alcuni troppo incentrata sugli USA quando ormai il fenomeno è a livello mondiale e sul ruolo di Jeffrey Deitch, della cui scuderia fanno parte alcuni street artist.

Il felice periodo che attraversa la street art è confermato anche da un altro recente episodio. Banksy, il famoso street artist inglese si è aggiudicato con il documentario Exit Through The Gift Shop la nomination ed era in gara per l’Oscar. La possibilità, poi sfumata, che l’artista partecipasse alla cerimonia di premiazione sotto l’occhio del mondo intero aveva messo in agitazione la pur collaudata macchina dell’Accademy. Infatti l’artista è famoso, oltre che per i suoi interventi sui muri, anche per le performance di guerrilla art, atte a mettere in crisi il sistema, come appendere clandestinamente sue opere nei musei. Ma soprattutto perché l’identità di Banksy è ancora segreta e correva voce che l’artista si sarebbe presentato indossando una maschera da scimmia.

Ma vi è un corollario a questa storia che fa capire quanto la street art sia strettamente collegata non solo al mondo della musica giovanile, al video, ma soprattutto a internet e come ciò porti a effetti moltiplicatori sino a ieri impensabili per le diverse pratiche artistiche. Un esempio eclatante si era avuto con il ritratto di Obama di Fairey. Un altro nasce proprio dall’Oscar mancato di Banksy quando sul muro di un garage a Weston, una cittadina inglese, compare in puro stile Banksy un murale raffigurante una bambina imbronciata che stringe la statuetta d’oro. La notizia si diffonde su internet e viene accolta come la risposta del writer. Altri sostengono che non è autentica. Nel dubbio qualcuno, forse ricordandosi le quotazioni di Banksy, ha pensato bene di salvaguardarla coprendola con un plexiglas. Solo qualche anno fa l’avrebbero coperta con una bella mano di vernice bianca.

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Ai Weiwei

Sicuramente  Ai Weiwei impersonifica  l’ artista del nostro tempo. Intendendo per nostro tempo l’incontro della società della globalizzazione con le nuove tecnologie della comunicazione.  Artista globale ha realizzato sculture e installazioni, fotografie e opere cinematografiche, ha collaborato come architetto con Herzog & de Meuron per il progetto dello Stadio Olimjpico  di Pechino, il famoso “nido d’uccello”. Ma ancor più che per la sua multimedialità espressiva Ai Weiwei si può considerare protagonista dei nostri tempi per la sua capacità di cavalcare con i mezzi della comunicazione globale più avanzata la questione di fondo dell’era del virtuale, cioè il diritto di espressione nell’epoca della comunicazione. E di saperlo fare utilizzando sia il potere dell’arte e della scrittura, sia ballando il Gangnam Style, il tormentone globale pop su YouTube, come strumento di lotta: un successo musicale pop trash cliccato dai giovani ( e non solo) di tutto il mondo, il primo video della storia a raggiungere il miliardo di visualizzazioni. La versione di Ai Weiwei dove l’artista balla ammanettato, si trasforma in un micidiale siluro contro il potere cinese che rimane impossibilitato a dare qualsiasi risposta. Non certo la forza – come l’arresto dell’artista – in quanto avrebbe portato alla condanna internazionale o al ridicolo. Come si fa a prenderlo sul serio? Nel momento in cui lo fai, prendi sul serio anche la protesta di Ai Weiwei che balla nel video come una scimmia ma ammanettato e quelle manette, se prese sul serio, corrono il rischio di divenire il simbolo della Cina.   La tattica usata in questo caso che fa parte di una strategia più ampia. L’abilità di Ai weiwei è di riuscire con le sue prese di posizione a mettere con le spalle al muro il regime cinese su fatti concreti, a mettere in evidenza il mal funzionamento del sistema, accusandolo di aver costruito edifici come “budini di Tofu” e di denunciarlo realizzando un’opera d’arte, come a Monaco, con  novemila zainetti uguali a quelli degli studenti morti nel disastro del Sichuan.  Le contraddizioni di un sistema che si manifestano nelle cose concrete divengono dirompenti sui grandi temi dei diritti: “Senza libertà di parola non esiste il mondo moderno ma solo barbarie” proclama l’artista, ben sapendo che è proprio la libertà di parola a mettere in crisi l’immagine di società aperta che la dirigenza cinese cerca di accreditare nel mondo. Emblematici in questo senso sono i lavori presentati alla biennale veneziana, uno dedicato ai bambini morti dello Sichuan, l’altro sulla sua prigionia. Il percorso di Ai Weiwei si muove dunque dall’arte all’impegno sociale. Nel 2009 proprio a seguito della sua indagine sulla morte dei bambini nelle scuole durante il terremoto del Sichuan e  per la sua campagna per i diritti civili, il suo blog viene censurato. Più volte malmenato dalla polizia, nel 2011 l’artista veniva arrestato con il pretesto dell’ evasione fiscale. Tenuto in carcere per 81 giorni, viene successivamente sottoposto per un anno ad un regime di libertà vigilata. Oggi Ai Weiwei è considerato un artista internazionale ma più ancora ha assunto un ruolo, in parte nuovo, in ambito artistico quello dell’artista “guru”. Una categoria, se così la si può definire, che in passato ha avuto precedenti illustri basti citare Joseph Beuys e che coglie a piene mani dal modernismo novecentesco, dal movimento del Sessantotto – “Tutto è arte. Tutto è politica”, esclama-, dall’utopia di artisti che si sono battuti e si battono per portare l’arte a un confronto serrato con la vita.  Una categoria che curiosamente oggi spunta in pieno clima postmoderno attestandone forse la crisi o forse rivendicando che i grandi temi si possono affrontare solo con le grandi prese di posizione, quelle irrinunciabili, anche rischiando il carcere o rischiando il ridicolo ballando il Gangnam Style (non so quale dei due sia peggio). L’Ai weiwei-pensiero lo possiamo trovare in Weiweismi a cura di Larry Warsh nella collana Einaudi Stile Libero. Il libretto che raccoglie estratti da articoli, da Twitter e da interviste, è stato suddiviso per grandi temi: la libertà d’espressione, arte e militanza, governo potere e scelte morali, il mondo digitale, la storia e il futuro ed infine le riflessioni personali.  Certo pare azzardato paragonare il pensiero di Ai Weiwei a quelli di Confucio e del Presidente Mao come si legge in quarta di copertina, ma sicuramente è un invito a riflettere non solo sui diritti civili in Cina ma anche sul ruolo dell’arte nella società contemporanea.

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Due mostre fotografiche

Il rapporto tra pittura e fotografia è da sempre controverso. La pittura ha fatto pagare alla fotografia il furto dell’esclusiva di riprodurre la realtà e ci è voluto più di un secolo per riconoscere a quest’ultima la dignità di pratica artistica. Superati sensi di colpa determinati dalla supposta prevalenza tecnica rispetto al fare creativo, accantonate oziose riflessioni sulla specificità o meno del linguaggio fotografico, la fotografia si sta prendendo una grande rivincita. Pur essendo stata sdoganata come arte (soprattutto grazie al mercato) sembrava essere destinata a divenire un mezzo “classico”, un po’ datato, nel fervore dello sviluppo delle nuove tecnologie della visione. Digitale, connessioni, uso diffuso dell’immagine, possibilità infinite di duplicazione e conseguente perdita di specificità sembravano doverla relegare a parente povera sia della arte, pittorica e concettuale, e al contempo interdetta dall’universo virtuale. Al contrario per la fotografia si sono aperti nuovi scenari. Due mostre in corso a Francoforte ci permettono di mettere definitivamente in soffitta il complesso d’inferiorità della fotografia e anzi di mostrare originali percorsi, con qualche sorpresa. Allo Städel Museum viene presentata sino al 23 settembre Painting in Photography. Strategies of Appropriation mentre all’ MMK, il museo d’arte moderna, sino al prossimo gennaio, si può visitare Fotografie Total dalla collezione del museo. Painting in Photography. Strategies of Appropriation, curata da Martin Engler e Carolin Köchling allo Städel, presenta una sessantina di lavori di artisti che, per diverse strade stilistiche, hanno riconsiderato la relazione, spesso ambivalente, tra pittura e fotografia. Abbiamo i primi esempi di sperimentazione fotografica dello “scrivere con la luce” di László Moholy-Nagy (1895–1946) nei fotogrammi del 1920, realizzati senza macchina fotografica nei quali la luce naturale crea sulla carta sensibile forme astratte, e la ricerca sulla luce di Otto Steinert (1915–1978) con i “luminigrams,”Vi sono i protagonisti della ricerca contemporanea come Wolfgang Tillmans, artista che lavora sulla rappresentazione del quotidiano ma in mostra è presente con opere che sublimano sino all’astrazione, Thomas Ruff con la serie Substrat, mutazioni cromatiche di campi di colore. Di Hiroshi Sugimoto sono esposte le serie che lo hanno reso famoso, i “teatri” e i “paesaggi marini”, in quest’ultimi l’artista, lavorando sui tempi di esposizione, crea opere che trascendono la realtà raffigurata, sino a divenire, nel bianco e nero, una composizione astratta e spirituale. Altri artisti si rifanno dichiaratamente alla storia della pittura come Jeff Wall che “ricostruisce”, rendendolo contemporaneo, Un Bar aux Folies-Bergère di Édouard Manet. In  Picture for Women (1979) l’artista canadese si rifà al famoso dipinto del 1882. La macchina fotografica è al centro dell’opera, e la si potrebbe leggere come una presa di coscienza del proprio ruolo. Molto più sommessa e intrigante, come si addice a autore e soggetto, è l’opera di Luigi Ghirri, che riprende, con la fotografia, gli oggetti utilizzati da Giorgio Morandi come modelli per le sue opere. Un altro approccio è quello di chi interviene con la pittura sulla fotografia come Oliver Boberg, Richard Hamilton, Georges Rousse e Amelie von Wulffen. Altri, più radicali, in piena temperie postmoderrna, come Sherrie Levine e Louise Lawler, esponenti della Appropriation Art, utilizzano, fotografandole, opere della storia dell’arte, utilizzandole per nuovi contesti. L’altra tappa nel nostro percorso è all’MKK per Fotografie Total con la quale si coglie l’occasione per esporre parte di una collezione che comprende oltre 2 600 lavori. La collettiva verte su due filoni. Da un lato vengono presentati artisti concettuali e attenti alle ultime ricerche come Thomas Ruff con i ritratti algidi di scuola tedesca, Wolfgang Tillmans con l’immagine di un tucano che rasenta la perfezione formale. Vi sono i lavori di Lothar Baumgarten, Anna e Bernhard Blume, Bernd and Hilla Becher. Thomas Demand gioca sulla decostruzione e ricostruzione, creando immagini di interni stranianti. Sono soprattutto le installazioni che hanno come base la fotografia ad indicare una nuova frontiera. Nel momento in cui la specificità del fissare l’immagine non è più il traguardo finale, per la fotografia si apre sia la possibilità di divenire elemento costituente di una nuova opera d’arte in cui intervengono materia, foto, video, sia di elemento iconografico fondante nell’universo digitale (che la rassegna non affronta). In mostra troviamo i tableaux vivants, di Aernout Mik con un quanto mai attuale crollo della borsa, i video di Mario Pfeifer, la foto installazione di Mark Borthwick che trasforma la parete di una stanza nella storia quotidiana fissata da istantanee. Un’altra parte della mostra è dedicata principalmente al fotogiornalismo di inchiesta e di denuncia. Dagli scatti ormai storici di Paul Almasy, a Barbara Klemm, a Inge Rambow con la serie sui disastri ambientali dove, nella realizzazione fotografica, anche le discariche sembrano acquisire una loro estetica. Le immagini dei reietti della terra di Sebastião Ribeiro Salgado hanno acquisito la dolente classicità di un’opera rinascimentale. Di Anja Niedringhaus vengono esposte le serie sulla guerra che l’hanno resa famosa e per le quali, unica donna in un team di 11 fotografi, le è stato assegnato il premio Pulitzer. Tra queste le immagini dei bambini armati di mitra, in bilico tra il gioco e la tragedia. Fanno dimenticare ogni riflessione estetica per farci ricadere nella realtà, consacrando la grande potenza della fotografia. Il percorso della fotografia dunque non è finito. Più viva che mai, si appresta alla sfida delle nuove tecnologie, divenendo non solo testimonianza della realtà o strumento di creatività, ma assumendo nell’universo della comunicazione globale, un ruolo del tutto inusitato, al di là dell’immagine artistica: intervenendo nella realtà quotidiana con i milioni di scatti dei nostri cellulari, modificando la Storia come stanno a dimostrare le immagini del dissenso e delle insurrezioni arabe.

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