Mese: marzo 2015

L’arte in crisi di identità

Il Giornale dell’Arte, n. 321, Giugno 2012

 

L'arte in crisi di identità

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Invisible: Art about the Unseen 1957-2012

Dal 12 giugno al 5 agosto si tiene alla Hayward Gallery, curata dal direttore Ralph Rugoff, la mostra  Invisible: Art about the Unseen 1957-2012. La retrospettiva è dedicata ad artisti che hanno sondato nelle loro opere l’invisibile sia come concetto che come linguaggio espressivo, quindi senza che l’opera sia necessariamente visibile. In effetti presentare una rassegna  di cinquanta lavori all’insegna dell’invisibilità può sembrare un azzardo. Percorrere un labirinto inesistente, seguendo le istruzioni in cuffia come propone Jeppe Hein o entrare in uno spazio stregato dall’incantesimo di una maga o ancora estasiarsi di fronte a un foglio di carta bianca che l’artista, Tom Friedman, ha fissato per mille ore nell’arco di cinque anni, creerà nel pubblico, quanto meno, qualche perplessità.

Una provocazione? Forse. In realtà l’arte cosiddetta invisibile fa parte di un lungo percorso. Walter Benjamin con il saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, aveva colto l’unicità dell’opera d’arte, della sua “aura”e di come questa venisse messa in discussione dal nascere della società dei mass media. Un tema questo fondamentale che torna di attualità proprio nel momento in cui ci si appresta ad un’altra grande mutazione: quella del virtuale. La visione preconitrice di Benjamin viene riproposta in “Aura e choc”. Il volume, edito recentemente da Einaudi, curato con maestria da Andrea Pinotti e Antonio Somaini,  raccoglie i principali studi del filosofo su arte e media. Se l’aura dell’opera d’arte si è sublimata nella sua serialità, a noi è rimasto lo choc a cui ci costringe la modernità. Le arti visive di fronte alla fotografia, al cinema e poi ai nuovi mass media hanno privilegiato il concetto rispetto alla rappresentazione della realtà. Da qui nasce quel filone della ricerca artistica, che si colloca in parte nell’ambito della grande tendenza concettuale, e in cui la componente visibile dell’opera non è determinante o è stata abbandonata. Sulla forma prevale il concetto o il processo creativo, sino alle estreme conseguenze dell’invisibile. Sono presenti in mostra  artisti  di varie tendenze, che dalla fine degli anni cinquanta ad oggi, hanno operato in questo ambito: Art & Language, Robert Barry, Chris Burden, James Lee Byars, Maurizio Cattelan, Jay Chung, Song Dong, Ceal Floyer, Tom Friedman, Mario Garcia Torres, Jochen Gerz, Jeppe Hein, Horst Hoheisel, Carsten Höller, Tehching Hsieh, Bethan Huws, Bruno Jacob, Yves Klein, Lai Chih-Sheng, Glenn Ligon, Teresa Margolles, Gianni Motti, Claes Oldenburg, Roman Ondák, Yoko Ono, Andy Warhol. Alcuni hanno puntato sulle capacità comunicative dell’arte che vanno oltre alle sue qualità visive. Altri hanno rimesso in gioco i ruoli e le convenzioni della comprensione dell’arte. Altri ancora hanno trattato il tema dell’invisibile come metafora della fine, della scomparsa, della morte. Ralph Rugoff con questa mostra vuole dimostrare che l’arte non tratta di oggetti materiali ma interviene sulla nostra immaginazione. Pertanto si richiede al visitatore una partecipazione particolare non più limitata allo sguardo, ma aperta al coinvolgimento e alla suggestione. Un antesignano dell’invisibile è Yves Klein di cui in mostra sono presentati disegni di architettura, lavori e documentazione di Le Vide. Per il suo intervento a Parigi, Klein aveva allestito una sala della galleria completamente vuota con le pareti verniciate di bianco e una bacheca vuota. Il vuoto accoglie l’energia creativa e ne esalta il gesto artistico. Al vernissage partecipano tremila persone tra cui Albert Camus che scrive sul libro delle presenze “Con il Vuoto. Pieni poteri”. L’episodio viene citato in “Inside the White Cube” di Brian O’Doherty, un classico della letteratura sull’arte. Il volume raccoglie interventi pubblicati su Artforum tra il 1976 e il 1981, in cui l’autore traccia l’evoluzione dello spazio espostivo dal quadro da cavalletto all’affermarsi del white cube, il modello dell’asettica galleria newyorkese. Ma soprattutto compie un’analisi sui rapporti tra spazio espositivo e ricerca artistica e di come la galleria divenga, per gli artisti come Klein, camera di trasformazione se non parte essa stessa dell’opera. Il libro viene pubblicato, ora per la prima volta in Italia, arricchito da un altro saggio praticamente inedito, da Johan & Levi editore.

Un’altra antesignana storica, presente in mostra, è Yoko Ono, artista Fluxus, ma conosciuta sicuramente di più per essere stata la moglie di John Lennon. Viene esposta l’opera Instruction Paintings dei primi anni Sessanta. Su alcuni foglietti dattiloscritti appesi al muro l’artista incoraggia il pubblico a creare un’opera d’arte con la propria immaginazione.

Di una generazione più recente (1954) è Bruno Jakob. L’artista svizzero da tempo ha volto la sua ricerca sui diversi metodi di realizzazione di opere invisibili. Alla Biennale di Venezia dello scorso anno, nella mostra  Illuminations, curata da Bice Curiger, aveva esposto i suoi Invisible paintings, fogli bianchi con nuances lasciate da interventi effettuati con acqua e sapone, di incredibile delicatezza. Le opere erano state esposte nella prima sala del padiglione centrale accanto a tre capolavori di Tintoretto, destando critiche e facili ironie.  In mostra viene esposta una selezione di lavori da considerarsi più una ricerca con la quale il visitatore è invitato ad interagire che un’opera conclusa.

Sul tema del vuoto e dell’invisibile come assenza e morte si cimentano in particolare due artisti: James  Lee Byars e Teresa Margolles. Cultore delle filosofie e delle religioni orientali, James  Lee Byars appartiene alla storia della sperimentazione artistica. Le sue opere sono caratterizzate da una componente simbolica o esoterica. Ossessionato dalla morte,  ha realizzato una serie di performance e installazioni che hanno come tema  la sua dipartita come The Ghost of James Lee Byars, presentata in mostra. Il titolo del lavoro si rifà ad una mostra tenuta a Los Angeles nel 1969 e consiste in un tunnel buio attraverso il quale il visitatore deve camminare, passaggio simbolico verso una vita spirituale nell’aldilà.

Più inquietante il lavoro di Teresa Margolles, messicana del 1963. Da tempo l’artista è impegnata con le sue opere nella denuncia della situazione sociale del suo paese. Alla Biennale di Venezia del 2009 in una sala del palazzo che ospitava il Padiglione del Messico ha presentato una performance in cui il pavimento di una sala veniva lavato con sangue. L’anno scorso a Museion di Bolzano in occasione della mostra Frontera ha esposto opere dure, in cui vengono usati anche elementi organici, “tracce” di persone assassinate, un lavoro “ai margini del corpo”, come dice l’artista, per denunciare la violenza quotidiana. Il tema della violenza torna nella mostra londinese con la più impressionante delle installazioni. Il pubblico deve attraversare una stanza avvolta da una sottile nebbia, creata da un umidificatore e ricavata dall’acqua usata per lavare le vittime di omicidi, prima dell’autopsia, in un obitorio a Mexico City,

Due sono gli italiani presenti in mostra: Gianni Motti che presenta Magic Ink del 1989, una serie di disegni realizzati con inchiostro simpatico che compaiono solo per qualche istante e Maurizio Cattelan che espone Untitled (Denuncia) del 1991. L’opera consiste, come dice il titolo, nel foglio rilasciato dalla Questura di Milano nel quale si attesta che l’artista è stato vittima di un furto di una scultura invisibile avvenuto nella sua abitazione. Qui in effetti gli artisti sono due Maurizio Cattelan e il funzionario che ha accettato la denuncia.

Non poteva mancare Andy Warhol, la conferma storica delle teorie di Benjamin, l’artista che ha fatto della serialità la sua cifra stilistica e della società dello spettacolo il palcoscenico della sua fortuna. Di Andy Warhol viene presentata Invisible Sculture del 1985 creata dal guru della pop art al nightclub New York’s Area, appoggiandosi a un basamento (con relativa didascalia a muro) e poi andandosene, lasciando forse qualche traccia della sua celebrità. Ma che sia rimasta dell’ “aura”, forse anche Walter Benjamin avrebbe dei dubbi.

*Invisible. Art about the Unseen 1957-2012 pdf