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Due mostre fotografiche

Il rapporto tra pittura e fotografia è da sempre controverso. La pittura ha fatto pagare alla fotografia il furto dell’esclusiva di riprodurre la realtà e ci è voluto più di un secolo per riconoscere a quest’ultima la dignità di pratica artistica. Superati sensi di colpa determinati dalla supposta prevalenza tecnica rispetto al fare creativo, accantonate oziose riflessioni sulla specificità o meno del linguaggio fotografico, la fotografia si sta prendendo una grande rivincita. Pur essendo stata sdoganata come arte (soprattutto grazie al mercato) sembrava essere destinata a divenire un mezzo “classico”, un po’ datato, nel fervore dello sviluppo delle nuove tecnologie della visione. Digitale, connessioni, uso diffuso dell’immagine, possibilità infinite di duplicazione e conseguente perdita di specificità sembravano doverla relegare a parente povera sia della arte, pittorica e concettuale, e al contempo interdetta dall’universo virtuale. Al contrario per la fotografia si sono aperti nuovi scenari. Due mostre in corso a Francoforte ci permettono di mettere definitivamente in soffitta il complesso d’inferiorità della fotografia e anzi di mostrare originali percorsi, con qualche sorpresa. Allo Städel Museum viene presentata sino al 23 settembre Painting in Photography. Strategies of Appropriation mentre all’ MMK, il museo d’arte moderna, sino al prossimo gennaio, si può visitare Fotografie Total dalla collezione del museo. Painting in Photography. Strategies of Appropriation, curata da Martin Engler e Carolin Köchling allo Städel, presenta una sessantina di lavori di artisti che, per diverse strade stilistiche, hanno riconsiderato la relazione, spesso ambivalente, tra pittura e fotografia. Abbiamo i primi esempi di sperimentazione fotografica dello “scrivere con la luce” di László Moholy-Nagy (1895–1946) nei fotogrammi del 1920, realizzati senza macchina fotografica nei quali la luce naturale crea sulla carta sensibile forme astratte, e la ricerca sulla luce di Otto Steinert (1915–1978) con i “luminigrams,”Vi sono i protagonisti della ricerca contemporanea come Wolfgang Tillmans, artista che lavora sulla rappresentazione del quotidiano ma in mostra è presente con opere che sublimano sino all’astrazione, Thomas Ruff con la serie Substrat, mutazioni cromatiche di campi di colore. Di Hiroshi Sugimoto sono esposte le serie che lo hanno reso famoso, i “teatri” e i “paesaggi marini”, in quest’ultimi l’artista, lavorando sui tempi di esposizione, crea opere che trascendono la realtà raffigurata, sino a divenire, nel bianco e nero, una composizione astratta e spirituale. Altri artisti si rifanno dichiaratamente alla storia della pittura come Jeff Wall che “ricostruisce”, rendendolo contemporaneo, Un Bar aux Folies-Bergère di Édouard Manet. In  Picture for Women (1979) l’artista canadese si rifà al famoso dipinto del 1882. La macchina fotografica è al centro dell’opera, e la si potrebbe leggere come una presa di coscienza del proprio ruolo. Molto più sommessa e intrigante, come si addice a autore e soggetto, è l’opera di Luigi Ghirri, che riprende, con la fotografia, gli oggetti utilizzati da Giorgio Morandi come modelli per le sue opere. Un altro approccio è quello di chi interviene con la pittura sulla fotografia come Oliver Boberg, Richard Hamilton, Georges Rousse e Amelie von Wulffen. Altri, più radicali, in piena temperie postmoderrna, come Sherrie Levine e Louise Lawler, esponenti della Appropriation Art, utilizzano, fotografandole, opere della storia dell’arte, utilizzandole per nuovi contesti. L’altra tappa nel nostro percorso è all’MKK per Fotografie Total con la quale si coglie l’occasione per esporre parte di una collezione che comprende oltre 2 600 lavori. La collettiva verte su due filoni. Da un lato vengono presentati artisti concettuali e attenti alle ultime ricerche come Thomas Ruff con i ritratti algidi di scuola tedesca, Wolfgang Tillmans con l’immagine di un tucano che rasenta la perfezione formale. Vi sono i lavori di Lothar Baumgarten, Anna e Bernhard Blume, Bernd and Hilla Becher. Thomas Demand gioca sulla decostruzione e ricostruzione, creando immagini di interni stranianti. Sono soprattutto le installazioni che hanno come base la fotografia ad indicare una nuova frontiera. Nel momento in cui la specificità del fissare l’immagine non è più il traguardo finale, per la fotografia si apre sia la possibilità di divenire elemento costituente di una nuova opera d’arte in cui intervengono materia, foto, video, sia di elemento iconografico fondante nell’universo digitale (che la rassegna non affronta). In mostra troviamo i tableaux vivants, di Aernout Mik con un quanto mai attuale crollo della borsa, i video di Mario Pfeifer, la foto installazione di Mark Borthwick che trasforma la parete di una stanza nella storia quotidiana fissata da istantanee. Un’altra parte della mostra è dedicata principalmente al fotogiornalismo di inchiesta e di denuncia. Dagli scatti ormai storici di Paul Almasy, a Barbara Klemm, a Inge Rambow con la serie sui disastri ambientali dove, nella realizzazione fotografica, anche le discariche sembrano acquisire una loro estetica. Le immagini dei reietti della terra di Sebastião Ribeiro Salgado hanno acquisito la dolente classicità di un’opera rinascimentale. Di Anja Niedringhaus vengono esposte le serie sulla guerra che l’hanno resa famosa e per le quali, unica donna in un team di 11 fotografi, le è stato assegnato il premio Pulitzer. Tra queste le immagini dei bambini armati di mitra, in bilico tra il gioco e la tragedia. Fanno dimenticare ogni riflessione estetica per farci ricadere nella realtà, consacrando la grande potenza della fotografia. Il percorso della fotografia dunque non è finito. Più viva che mai, si appresta alla sfida delle nuove tecnologie, divenendo non solo testimonianza della realtà o strumento di creatività, ma assumendo nell’universo della comunicazione globale, un ruolo del tutto inusitato, al di là dell’immagine artistica: intervenendo nella realtà quotidiana con i milioni di scatti dei nostri cellulari, modificando la Storia come stanno a dimostrare le immagini del dissenso e delle insurrezioni arabe.

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Paesaggio

C’è un’immagine nel libro “Paesaggio con figura. Arte, sfera pubblica e trasformazione sociale” che rende emblematicamente il tema trattato. Si tratta di “Washington Square” di G. Sabatini in cui si vede un monumento a Garibaldi ai cui piedi un gruppo di ragazzi gioca a pallavolo. Per effetto dell’inquadratura la rete taglia a metà il monumento.  Da una parte la rappresentazione tradizionale di valori immortalati nella pietra, dall’altra la società che muta. La storia dell’arte pubblica parte da questa contraddizione. Come si può rappresentare l’evolversi sempre più veloce della società con modalità e raffigurazioni nate nell’Ottocento? Un quesito non da poco che vede coinvolti non solo artisti, ma anche assessori, architetti, funzionari del comune e infine i cittadini che, ignorando le teorizzazioni dei critici, si ritrovano sotto casa ad inaugurare monumenti, realizzati secondo canoni superati,  decisi da improvvidi assessori o un’installazione “moderna”  che si è voluta, anche nel più sperduto paesino, per essere al passo con i tempi. Ogni cittadina dalle Alpi alla Sicilia si può vantare, si fa per dire,  di un monumento “classico”o di un’installazione “moderna” la cui funzione, nel migliore dei casi, potrebbe essere quella di arredare una rotonda. Risultato che spesso si ottiene anche quando vi sono le migliori intenzioni e i migliori presupposti.  Ancora si ricordano le perplessità dei milanesi per la grande installazione “Alba di luce” dell’architetto Ian Ritchie. Posta di fronte la Stazione Centrale di Milano, detta impietosamente da Emilio Tadini “la branda”, venne smantellata a seguito delle proteste dei cittadini. Costo: due milioni di euro. A Torino i residenti di Largo Orbassano, pur con una compostezza tutta torinese, non esitavano a rilevare, all’inaugurazione, quanto  l’installazione rigorosa di un artista come Per Kirkeby, ricordasse un gigantesco orinatoio pubblico. Fanno ancor più riflettere le vicende di Gibellina, la cittadina distrutta dal terremoto del Belice nel 1968 e ricostruita su un progetto, di alto livello, basato sull’apporto dato dall’arte e dall’architettura che si è scontrato con l’incomprensione e l’arretratezza di un territorio. Il “Grande Cretto” di Burri, simbolo della tragedia e della ricostruzione,  giace in condizioni disastrose in attesa di un restauro annunciato tre anni fa. Nel frattempo si è permesso che l’opera e l’ambiente venissero sfregiate con la costruzione di enormi pale eoliche che oggi fanno da fondale all’opera di Burri.

Il rapporto fra arte e società si è evoluto ulteriormente  andando oltre la componente celebrativa e monumentale. Documenta del 1998, curata da Okwui Enwezor, sancisce l’apertura verso la realtà sociale. La strada, già indicata da Beuys e in Italia da Pistoletto e Gilardi, viene percorsa in molteplici direzioni, sembrando confermare quella morte dell’arte  preconizzata da Hegel, vista ora come il suo trasformarsi in filosofia, sociologia, architettura e anche in politica.

Gli artisti si aprono all’habitat e al sociale intervenendo nella realtà, cercando di influire sui processi sociali in corso. Dall’arte ambientale si passa all’arte relazionale, alla Public Art nelle sue varie declinazioni di Community Art, Social Aesthetics, Connective Aeshetic , e così via.

Il referente non è più o non solo l’ambiente in cui l’artista opera ma il contesto sociale e economico, l’insieme dei valori, patrimonio degli abitanti che da pubblico divengono partecipi del fare artistico. L’ambizione o l’utopia è che l’arte possa essere elemento di cambiamento o quanto meno di interpretazione del sociale.

“Paesaggio con figura”, a cura di Gaby Scardi, nato dal progetto Susaculture, diretto da Catterina Seia, raccoglie i saggi di esperti italiani e stranieri, inducendo ad una serie di riflessioni sul variegato rapporto tra arte, spazio urbano e trasformazione sociale.

Ampi e approfonditi sono i temi trattati da teorici, operatori culturali, artisti. Un testo di Maria Lind del Tensta di Stoccolma affronta alcuni esempi di criticità. Francesco Tedeschi approfondisce il tema della collocazione urbana del monumento. Adriana Polveroni svolge un’analisi dall’arte ambientale all’arte pubblica.

 Il rapporto tra quanto l’arte influisca sulla dimensione sociale viene approfondito anche da chi opera per l’innovazione dei servizi della Pubblica Amministrazione come Massimo Simonetta così come da chi si occupa di politiche urbane come Davide Ponzini. Pelin Tan, sociologa e storica dell’arte, spiega come l’arte possa intervenire nello spazio simbolico di una società creando fenomeni di controcultura in grado di mettere in crisi contesti acquisiti. Il critico Alessandra Pioselli traccia storie parallele di Public Art tra Italia e USA, sottolineando come il rapporto con il pubblico, nella diversità di impostazione, sia l’elemento principale di riuscita o meno dell’opera. Un’ altra storica dell’arte,  Francesca Comisso, invita ad una riflessione sulle nuove forme di partecipazione, in particolare con riferimento al progetto Nuovi Committenti realizzato a Torino da a.titolo.  Anna Detheridge e Anna Vasta illustrano il lavoro di Connecting  Cultures, agenzia che realizza progetti interdisciplinari e interculturali. Julia Draganovic  dall’esperienza  de “L’impresa dell’Arte”, tenutasi al PAN nel 2008,  compie un approfondimento sulle opere di Susanne Bosch  e la copia di artisti finger che hanno realizzato opere per le quali è stata richiesta la partecipazione del pubblico.

Ovviamente la questione di un’arte rivolta al sociale diventa un tema di fondo tra i critici che si dividono tra i sostenitori dell’estetica e quelli attenti al lavoro degli artisti  “partecipativi”, delle pratiche relazionali, spesso politicamente impegnati.  La svolta sociale dell’arte porta ad un conseguente approccio etico della critica d’arte. Il dibattito si fa sempre più incandescente come attestano i saggi di Claire Bishop e Grant Kester, pubblicati da Artforum e che il volume pone a confronto, dove tra le prese di posizione e le sottigliezze critiche, non ci si risparmia velenosi apprezzamenti.

Particolarmente sentiti sono gli interventi degli artisti. Maria Thereza Alves pone alla base dei suoi lavori testimonianze della gente (comunità e singoli individui) o sui segni del territorio (i corsi dei fiumi). Gennaro Castellano, teorico e artista, utilizza la prassi interdisciplinare come elemento principe di Reporty System , l’associazione per l’arte da lui fondata. Dice Carlos Garaicoa, artista di fama internazionale : “Non sarebbe sbagliato affermare che il linguaggio artistico rende l’uomo un essere più pluriforme e spregiudicato, inoltrandosi laddove non arriva il linguaggio comune. Allo stesso modo, non sarebbe sbagliato dire che, per la sua capacità di astrazione , l’arte può rendere più complesso  l’apprendimento del mondo in molti sensi”.  Da qui la necessità di passare da un’arte attenta al luogo ad un’arte immersa nel contesto. Viene riportata una conferenza di Jochen Gerz,  autore del “Monument against Fascism” una colonna di dodici metri che verrà ricoperta di firme e del “Monumento futuro” di Coventry. Jeanne Van Heeswijk sottolinea la distinzione tra sfera pubblica e spazio pubblico e come la prima implichi un insieme composito.  Per Maria Papadimitriou “L’arte potrà anche non essere in grado di cambiare il mondo, ma certamente può indurre la gente a pensare” e da questa convinzione nasce un museo senza barriere. Per Cesare Pietroiusti, protagonista dell’arte relazionale, “quello che gli artisti possono fare è insieme la cosa minima ma anche massima: dichiarare e dimostrare che esistono  modi di vedere , di interpretare, di ‘usare’ la realtà che non sono già dati dal pensiero omologato e autoritario dello spettacolo, delle istituzioni, della politica”. Marjetica Potrč invita a riflettere sulle sue esperienze sui cambiamenti sociali avvenuti in contesti completamente diversi:  in un territorio dell’Amazzonia e  ad Amsterdam con un progetto on-site, e delineare le modalità di passaggio dall’oggetto-scultura all’oggetto relazionale e dallo spazio pubblico allo spazio condiviso.  Infine Bert Theis porta l’esperienza fatta come coordinatore del progetto “out-Office for Urban Transformation” e “Isola Art Center” a Milano. L’intervento di chiusura dell’economista  Pier Luigi Sacco più che trarre conclusioni solleva, giustamente, su un tema in piena evoluzione e in cui molti vedono il volto etico dell’arte di domani, nuovi interrogativi.

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I musei

Per lungo tempo considerate come istituzioni polverose e immutabili, dalla seconda metà del secolo scorso  i musei hanno iniziato un’evoluzione che li ha portati ad essere soggetti che oggi meglio rappresentano il passaggio da una società della memoria a quella attuale caratterizzata dall’esposizione allo sguardo, alla spettacolarizzazione. Determinanti nello sviluppo sociale per la loro componente di memoria e di elaborazione di valori in una società dove questi sono sempre più labili e mutevoli, i musei devono affrontare il cambiamento in atto, da un lato come conservatori di beni ad alto valore simbolico, dall’altro rispondendo a una società che richiede una fruizione sempre più diffusa. Insomma trovare una strada tra il museo di antica memoria e Disneyland. In  “I musei”, edito da il Mulino, rimarchevole per chiarezza e sinteticità, Vittorio Falletti e Maurizio Maggi, economisti e esperti ricercatori, riescono a dare una visione complessiva del processo culturale in corso, di come l’istituzione museale si è evoluta e di quale sia la sfida del futuro. Dal 1977 con l’apertura del Centre Pompidou, avveniristica per i tempi fabbrica del  sapere, il museo si è trasformato divenendo esso stesso opera d’arte  con gli edifici, a volte discutibili, delle archistar e al contempo si è arricchito di nuove funzioni. La vera sfida si ha nella componente espositiva. Il museo non può certo sottrarsi alle nuove modalità della visione di cui è caratterizzata la nostra società e neppure alle possibilità date dal virtuale che è alle porte ma il rischio evidente è che concedendo troppo alla visione e alla fruizione spettacolarizzata venga sempre meno la forza simbolica delle opere e dei reperti che il museo custodisce. Oggi il museo, come sottolineano gli autori, è divenuta una macchina culturale  che rivendica un ruolo primario nella società e che funziona con adeguate risorse, strutture e professionalità. Il volume, dopo aver  tracciato un profilo storico dell’istituzione, prende in considerazione la varietà dei musei come realtà complesse. Un capitolo è dedicato alla struttura e a come funziona il museo oggi, con le problematiche della comunicazione e del marketing. Particolarmente interessanti, non solo per gli addetti ai lavori, i capitoli dedicati alle politiche in atto e alle problematiche di domani che aprono nuovi scenari.

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Invisible: Art about the Unseen 1957-2012

Dal 12 giugno al 5 agosto si tiene alla Hayward Gallery, curata dal direttore Ralph Rugoff, la mostra  Invisible: Art about the Unseen 1957-2012. La retrospettiva è dedicata ad artisti che hanno sondato nelle loro opere l’invisibile sia come concetto che come linguaggio espressivo, quindi senza che l’opera sia necessariamente visibile. In effetti presentare una rassegna  di cinquanta lavori all’insegna dell’invisibilità può sembrare un azzardo. Percorrere un labirinto inesistente, seguendo le istruzioni in cuffia come propone Jeppe Hein o entrare in uno spazio stregato dall’incantesimo di una maga o ancora estasiarsi di fronte a un foglio di carta bianca che l’artista, Tom Friedman, ha fissato per mille ore nell’arco di cinque anni, creerà nel pubblico, quanto meno, qualche perplessità.

Una provocazione? Forse. In realtà l’arte cosiddetta invisibile fa parte di un lungo percorso. Walter Benjamin con il saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, aveva colto l’unicità dell’opera d’arte, della sua “aura”e di come questa venisse messa in discussione dal nascere della società dei mass media. Un tema questo fondamentale che torna di attualità proprio nel momento in cui ci si appresta ad un’altra grande mutazione: quella del virtuale. La visione preconitrice di Benjamin viene riproposta in “Aura e choc”. Il volume, edito recentemente da Einaudi, curato con maestria da Andrea Pinotti e Antonio Somaini,  raccoglie i principali studi del filosofo su arte e media. Se l’aura dell’opera d’arte si è sublimata nella sua serialità, a noi è rimasto lo choc a cui ci costringe la modernità. Le arti visive di fronte alla fotografia, al cinema e poi ai nuovi mass media hanno privilegiato il concetto rispetto alla rappresentazione della realtà. Da qui nasce quel filone della ricerca artistica, che si colloca in parte nell’ambito della grande tendenza concettuale, e in cui la componente visibile dell’opera non è determinante o è stata abbandonata. Sulla forma prevale il concetto o il processo creativo, sino alle estreme conseguenze dell’invisibile. Sono presenti in mostra  artisti  di varie tendenze, che dalla fine degli anni cinquanta ad oggi, hanno operato in questo ambito: Art & Language, Robert Barry, Chris Burden, James Lee Byars, Maurizio Cattelan, Jay Chung, Song Dong, Ceal Floyer, Tom Friedman, Mario Garcia Torres, Jochen Gerz, Jeppe Hein, Horst Hoheisel, Carsten Höller, Tehching Hsieh, Bethan Huws, Bruno Jacob, Yves Klein, Lai Chih-Sheng, Glenn Ligon, Teresa Margolles, Gianni Motti, Claes Oldenburg, Roman Ondák, Yoko Ono, Andy Warhol. Alcuni hanno puntato sulle capacità comunicative dell’arte che vanno oltre alle sue qualità visive. Altri hanno rimesso in gioco i ruoli e le convenzioni della comprensione dell’arte. Altri ancora hanno trattato il tema dell’invisibile come metafora della fine, della scomparsa, della morte. Ralph Rugoff con questa mostra vuole dimostrare che l’arte non tratta di oggetti materiali ma interviene sulla nostra immaginazione. Pertanto si richiede al visitatore una partecipazione particolare non più limitata allo sguardo, ma aperta al coinvolgimento e alla suggestione. Un antesignano dell’invisibile è Yves Klein di cui in mostra sono presentati disegni di architettura, lavori e documentazione di Le Vide. Per il suo intervento a Parigi, Klein aveva allestito una sala della galleria completamente vuota con le pareti verniciate di bianco e una bacheca vuota. Il vuoto accoglie l’energia creativa e ne esalta il gesto artistico. Al vernissage partecipano tremila persone tra cui Albert Camus che scrive sul libro delle presenze “Con il Vuoto. Pieni poteri”. L’episodio viene citato in “Inside the White Cube” di Brian O’Doherty, un classico della letteratura sull’arte. Il volume raccoglie interventi pubblicati su Artforum tra il 1976 e il 1981, in cui l’autore traccia l’evoluzione dello spazio espostivo dal quadro da cavalletto all’affermarsi del white cube, il modello dell’asettica galleria newyorkese. Ma soprattutto compie un’analisi sui rapporti tra spazio espositivo e ricerca artistica e di come la galleria divenga, per gli artisti come Klein, camera di trasformazione se non parte essa stessa dell’opera. Il libro viene pubblicato, ora per la prima volta in Italia, arricchito da un altro saggio praticamente inedito, da Johan & Levi editore.

Un’altra antesignana storica, presente in mostra, è Yoko Ono, artista Fluxus, ma conosciuta sicuramente di più per essere stata la moglie di John Lennon. Viene esposta l’opera Instruction Paintings dei primi anni Sessanta. Su alcuni foglietti dattiloscritti appesi al muro l’artista incoraggia il pubblico a creare un’opera d’arte con la propria immaginazione.

Di una generazione più recente (1954) è Bruno Jakob. L’artista svizzero da tempo ha volto la sua ricerca sui diversi metodi di realizzazione di opere invisibili. Alla Biennale di Venezia dello scorso anno, nella mostra  Illuminations, curata da Bice Curiger, aveva esposto i suoi Invisible paintings, fogli bianchi con nuances lasciate da interventi effettuati con acqua e sapone, di incredibile delicatezza. Le opere erano state esposte nella prima sala del padiglione centrale accanto a tre capolavori di Tintoretto, destando critiche e facili ironie.  In mostra viene esposta una selezione di lavori da considerarsi più una ricerca con la quale il visitatore è invitato ad interagire che un’opera conclusa.

Sul tema del vuoto e dell’invisibile come assenza e morte si cimentano in particolare due artisti: James  Lee Byars e Teresa Margolles. Cultore delle filosofie e delle religioni orientali, James  Lee Byars appartiene alla storia della sperimentazione artistica. Le sue opere sono caratterizzate da una componente simbolica o esoterica. Ossessionato dalla morte,  ha realizzato una serie di performance e installazioni che hanno come tema  la sua dipartita come The Ghost of James Lee Byars, presentata in mostra. Il titolo del lavoro si rifà ad una mostra tenuta a Los Angeles nel 1969 e consiste in un tunnel buio attraverso il quale il visitatore deve camminare, passaggio simbolico verso una vita spirituale nell’aldilà.

Più inquietante il lavoro di Teresa Margolles, messicana del 1963. Da tempo l’artista è impegnata con le sue opere nella denuncia della situazione sociale del suo paese. Alla Biennale di Venezia del 2009 in una sala del palazzo che ospitava il Padiglione del Messico ha presentato una performance in cui il pavimento di una sala veniva lavato con sangue. L’anno scorso a Museion di Bolzano in occasione della mostra Frontera ha esposto opere dure, in cui vengono usati anche elementi organici, “tracce” di persone assassinate, un lavoro “ai margini del corpo”, come dice l’artista, per denunciare la violenza quotidiana. Il tema della violenza torna nella mostra londinese con la più impressionante delle installazioni. Il pubblico deve attraversare una stanza avvolta da una sottile nebbia, creata da un umidificatore e ricavata dall’acqua usata per lavare le vittime di omicidi, prima dell’autopsia, in un obitorio a Mexico City,

Due sono gli italiani presenti in mostra: Gianni Motti che presenta Magic Ink del 1989, una serie di disegni realizzati con inchiostro simpatico che compaiono solo per qualche istante e Maurizio Cattelan che espone Untitled (Denuncia) del 1991. L’opera consiste, come dice il titolo, nel foglio rilasciato dalla Questura di Milano nel quale si attesta che l’artista è stato vittima di un furto di una scultura invisibile avvenuto nella sua abitazione. Qui in effetti gli artisti sono due Maurizio Cattelan e il funzionario che ha accettato la denuncia.

Non poteva mancare Andy Warhol, la conferma storica delle teorie di Benjamin, l’artista che ha fatto della serialità la sua cifra stilistica e della società dello spettacolo il palcoscenico della sua fortuna. Di Andy Warhol viene presentata Invisible Sculture del 1985 creata dal guru della pop art al nightclub New York’s Area, appoggiandosi a un basamento (con relativa didascalia a muro) e poi andandosene, lasciando forse qualche traccia della sua celebrità. Ma che sia rimasta dell’ “aura”, forse anche Walter Benjamin avrebbe dei dubbi.

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