Paesaggio senza figuracce: l’arte pubblica pretende un’etica

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Il Giornale dell’Arte, n.312, settembre 2011

Critici, artisti, esperti riflettono sul variegato rapporto tra produzione artistica, spazio urbano e trasformazione sociale

C’è un’immagine nel libro “Paesaggio con figura. Arte, sfera pubblica e trasformazione sociale” che rende emblematicamente il tema trattato. Si tratta di “Washington Square” di G. Sabatini in cui si vede un monumento a Garibaldi ai cui piedi un gruppo di ragazzi gioca a pallavolo. Per effetto dell’inquadratura la rete taglia a metà il monumento.  Da una parte la rappresentazione tradizionale di valori immortalati nella pietra, dall’altra la società che muta. La storia dell’arte pubblica parte da questa contraddizione. Come si può rappresentare l’evolversi sempre più veloce della società con modalità e raffigurazioni nate nell’Ottocento? Un quesito non da poco che vede coinvolti non solo artisti, ma anche assessori, architetti, funzionari del comune e infine i cittadini che, ignorando le teorizzazioni dei critici, si ritrovano sotto casa ad inaugurare monumenti, realizzati secondo canoni superati,  decisi da improvvidi assessori o un’installazione “moderna”  che si è voluta, anche nel più sperduto paesino, per essere al passo con i tempi. Ogni cittadina dalle Alpi alla Sicilia si può vantare, si fa per dire,  di un monumento “classico”o di un’installazione “moderna” la cui funzione, nel migliore dei casi, potrebbe essere quella di arredare una rotonda. Risultato che spesso si ottiene anche quando vi sono le migliori intenzioni e i migliori presupposti.  Ancora si ricordano le perplessità dei milanesi per la grande installazione “Alba di luce” dell’architetto Ian Ritchie. Posta di fronte la Stazione Centrale di Milano, detta impietosamente da Emilio Tadini “la branda”, venne smantellata a seguito delle proteste dei cittadini. Costo: due milioni di euro. A Torino i residenti di Largo Orbassano, pur con una compostezza tutta torinese, non esitavano a rilevare, all’inaugurazione, quanto  l’installazione rigorosa di un artista come Per Kirkeby, ricordasse un gigantesco orinatoio pubblico. Fanno ancor più riflettere le vicende di Gibellina, la cittadina distrutta dal terremoto del Belice nel 1968 e ricostruita su un progetto, di alto livello, basato sull’apporto dato dall’arte e dall’architettura che si è scontrato con l’incomprensione e l’arretratezza di un territorio. Il “Grande Cretto” di Burri, simbolo della tragedia e della ricostruzione,  giace in condizioni disastrose in attesa di un restauro annunciato tre anni fa. Nel frattempo si è permesso che l’opera e l’ambiente venissero sfregiate con la costruzione di enormi pale eoliche che oggi fanno da fondale all’opera di Burri.

Il rapporto fra arte e società si è evoluto ulteriormente  andando oltre la componente celebrativa e monumentale. Documenta del 1998, curata da Okwui Enwezor, sancisce l’apertura verso la realtà sociale. La strada, già indicata da Beuys e in Italia da Pistoletto e Gilardi, viene percorsa in molteplici direzioni, sembrando confermare quella morte dell’arte  preconizzata da Hegel, vista ora come il suo trasformarsi in filosofia, sociologia, architettura e anche in politica.

Gli artisti si aprono all’habitat e al sociale intervenendo nella realtà, cercando di influire sui processi sociali in corso. Dall’arte ambientale si passa all’arte relazionale, alla Public Art nelle sue varie declinazioni di Community Art, Social Aesthetics, Connective Aeshetic , e così via.

Il referente non è più o non solo l’ambiente in cui l’artista opera ma il contesto sociale e economico, l’insieme dei valori, patrimonio degli abitanti che da pubblico divengono partecipi del fare artistico. L’ambizione o l’utopia è che l’arte possa essere elemento di cambiamento o quanto meno di interpretazione del sociale.

“Paesaggio con figura”, a cura di Gaby Scardi, nato dal progetto Susaculture, diretto da Catterina Seia, raccoglie i saggi di esperti italiani e stranieri, inducendo ad una serie di riflessioni sul variegato rapporto tra arte, spazio urbano e trasformazione sociale.

Ampi e approfonditi sono i temi trattati da teorici, operatori culturali, artisti. Un testo di Maria Lind del Tensta di Stoccolma affronta alcuni esempi di criticità. Francesco Tedeschi approfondisce il tema della collocazione urbana del monumento. Adriana Polveroni svolge un’analisi dall’arte ambientale all’arte pubblica.

 Il rapporto tra quanto l’arte influisca sulla dimensione sociale viene approfondito anche da chi opera per l’innovazione dei servizi della Pubblica Amministrazione come Massimo Simonetta così come da chi si occupa di politiche urbane come Davide Ponzini. Pelin Tan, sociologa e storica dell’arte, spiega come l’arte possa intervenire nello spazio simbolico di una società creando fenomeni di controcultura in grado di mettere in crisi contesti acquisiti. Il critico Alessandra Pioselli traccia storie parallele di Public Art tra Italia e USA, sottolineando come il rapporto con il pubblico, nella diversità di impostazione, sia l’elemento principale di riuscita o meno dell’opera. Un’ altra storica dell’arte,  Francesca Comisso, invita ad una riflessione sulle nuove forme di partecipazione, in particolare con riferimento al progetto Nuovi Committenti realizzato a Torino da a.titolo.  Anna Detheridge e Anna Vasta illustrano il lavoro di Connecting  Cultures, agenzia che realizza progetti interdisciplinari e interculturali. Julia Draganovic  dall’esperienza  de “L’impresa dell’Arte”, tenutasi al PAN nel 2008,  compie un approfondimento sulle opere di Susanne Bosch  e la copia di artisti finger che hanno realizzato opere per le quali è stata richiesta la partecipazione del pubblico.

Ovviamente la questione di un’arte rivolta al sociale diventa un tema di fondo tra i critici che si dividono tra i sostenitori dell’estetica e quelli attenti al lavoro degli artisti  “partecipativi”, delle pratiche relazionali, spesso politicamente impegnati.  La svolta sociale dell’arte porta ad un conseguente approccio etico della critica d’arte. Il dibattito si fa sempre più incandescente come attestano i saggi di Claire Bishop e Grant Kester, pubblicati da Artforum e che il volume pone a confronto, dove tra le prese di posizione e le sottigliezze critiche, non ci si risparmia velenosi apprezzamenti.

Particolarmente sentiti sono gli interventi degli artisti. Maria Thereza Alves pone alla base dei suoi lavori testimonianze della gente (comunità e singoli individui) o sui segni del territorio (i corsi dei fiumi). Gennaro Castellano, teorico e artista, utilizza la prassi interdisciplinare come elemento principe di Reporty System , l’associazione per l’arte da lui fondata. Dice Carlos Garaicoa, artista di fama internazionale : “Non sarebbe sbagliato affermare che il linguaggio artistico rende l’uomo un essere più pluriforme e spregiudicato, inoltrandosi laddove non arriva il linguaggio comune. Allo stesso modo, non sarebbe sbagliato dire che, per la sua capacità di astrazione , l’arte può rendere più complesso  l’apprendimento del mondo in molti sensi”.  Da qui la necessità di passare da un’arte attenta al luogo ad un’arte immersa nel contesto. Viene riportata una conferenza di Jochen Gerz,  autore del “Monument against Fascism” una colonna di dodici metri che verrà ricoperta di firme e del “Monumento futuro” di Coventry. Jeanne Van Heeswijk sottolinea la distinzione tra sfera pubblica e spazio pubblico e come la prima implichi un insieme composito.  Per Maria Papadimitriou “L’arte potrà anche non essere in grado di cambiare il mondo, ma certamente può indurre la gente a pensare” e da questa convinzione nasce un museo senza barriere. Per Cesare Pietroiusti, protagonista dell’arte relazionale, “quello che gli artisti possono fare è insieme la cosa minima ma anche massima: dichiarare e dimostrare che esistono  modi di vedere , di interpretare, di ‘usare’ la realtà che non sono già dati dal pensiero omologato e autoritario dello spettacolo, delle istituzioni, della politica”. Marjetica Potrč invita a riflettere sulle sue esperienze sui cambiamenti sociali avvenuti in contesti completamente diversi:  in un territorio dell’Amazzonia e  ad Amsterdam con un progetto on-site, e delineare le modalità di passaggio dall’oggetto-scultura all’oggetto relazionale e dallo spazio pubblico allo spazio condiviso.  Infine Bert Theis porta l’esperienza fatta come coordinatore del progetto “out-Office for Urban Transformation” e “Isola Art Center” a Milano. L’intervento di chiusura dell’economista  Pier Luigi Sacco più che trarre conclusioni solleva, giustamente, su un tema in piena evoluzione e in cui molti vedono il volto etico dell’arte di domani, nuovi interrogativi.

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